Un nuovo minerale

Scoprire un nuovo minerale richiede qualche capacità, ma è anche una questione che potremmo definire di sensibilità e di non poca fortuna.

Nel 1986 me ne andavo gironzolando, zaino in spalla e abbigliamento da campagna, fra i colli nella zona di Sacrofano (nei pressi di Roma). Quell'area ha una natura geologica legata ad antiche eruzioni vulcaniche che spararono verso il cielo mitragliate di polveri, ceneri, detriti, goccioline fuse e gas. Fra tutto questo materiale leggero, c'erano anche brandelli di rocce strappati dalla furia dell'eruzione alle pareti del camino vulcanico. Questi frammenti, per la maggior parte di dimensioni variabili fra quelle di una noce e quelle di un pallone da calcio, erano materiale solido, ma avevano subito una fusione parziale o comunque un'alterazione per via dell'intenso calore mentre la lava li lambiva fino a strapparli via. L'alterazione del materiale preesistente viene definita metamorfismo.

Nella zona di Sacrofano le varie forme metamorfismo hanno generato molti minerali piuttosto rari, anche se quasi sempre di dimensioni assai piccole e spesso microscopici. Quindi per un residente a Roma, appassionato di minerali, frequentare quelle zone era (ed è ancora) praticamente un obbligo morale.

Nella primavera del 1986 mi capitava spesso di girovagare da quelle parti, fermandomi talvolta a respirare gli odori di campagna e chiudendo gli occhi per guardare con la mente l'eruzione che aveva creato le colline attorno a me. In quei momenti percepivo la forza dell'eruzione e sentivo i minerali scagliati contro il cielo che ricadevano poi al suolo come una grandine rovente e interminabile.

Quando riaprivo gli occhi mi accadeva di trovare l'ispirazione per continuare la ricerca nell'una o nell'altra direzione. E fu così che un giorno, mi accadde di tenermi un po' più in alto rispetto alla zona in cui usualmente mi muovevo. In un punto dove erano già passati altri (lo si capiva benissimo dai frammenti che avevano lasciato alle loro spalle) notai alcuni sassi (tecnicamente definiti "proietti") delle dimensioni di un pugno.

Ne presi uno e lo osservai. Appariva compatto e privo di cavità e questo era senz'altro il motivo per cui coloro che mi avevano preceduto non lo avevano preso in considerazione. Ma io "avvertivo" che c'era in esso qualcosa di insolito. Qualcosa me lo faceva apparire, nonostante tutto, promettente.

Lo ruppi e subito notai sulle facce interne un piccolissimo puntino giallo (come una capocchia di spillo o meno) che mi parve strano. Altri lo avrebbero forse ignorato ritenendolo un prodotto di ossidazione. Invece io mi misi a cercare altri campioni. Raccolsi tutto quello che assomigliava al primo campione rinvenuto, lo portai a casa e mi misi a studiare il materiale al microscopio.

Ero emozionatissimo. Mi rendevo conto che doveva per forza trattarsi di qualcosa di molto insolito. Qualcosa che, sebbene io fossi un collezionista esperto, non riuscivo a riconoscere. Dopo mille ipotesi e mille osservazioni mi decisi a portare un pezzo del campione all'Istituto di Mineralogia dell'Università La Sapienza a Roma. Dopo un bel po' di tempo (circa un anno) gli studi furono terminati e venne confermato che si trattava di un minerale fino ad allora sconosciuto. Gli fu dato il nome di peprossiite-Ce, in onore di Giuseppe Rossi, uno studioso che era scomparso da poco. Il suffisso Ce sta a indicare che si tratta di un minerale contenente cerio, un elemento chimico appartenente al gruppo delle terre rare.