Fatica e libero arbitrio

Ho scritto che il nostro futuro non è rigidamente predeterminato. Non è scritto in modo ineludibile, bensì è suscettibile di cambiamenti e noi siamo in grado di contribuire a definirlo con le nostre scelte e azioni.

D'altronde, se così non fosse, tentare di prevederlo sarebbe inutile e persino controproducente. A che potrebbe servire, se non a soffrire invano, il sapere che fra un certo numero di mesi o di giorni, nostro figlio avrà una malattia mortale o che un terremoto distruggerà la casa che avremo, se il futuro fosse già determinato e ineludibile?

Se non potessimo in qualche misura indirizzare i nostri giorni, il sapere in anticipo sarebbe del tutto inutile e in molti casi potremmo anche non essere in grado di sopportarlo.

Invece possiamo liberamente tentare di cambiare le carte in tavola e, però, in questo tentare, siamo noi i più pericolosi avversari di noi stessi.

C'è, infatti, negli esseri umani una sorta di inerzia, una fisiologica tendenza a evitare gli sforzi, a prendere ciò che già abbiamo oggi, piuttosto che spendersi per costruire il domani. Un istinto che ci spinge ad accettare e subìre perché ci pare a volte faticoso, altre difficile, altre ancora doloroso fare delle scelte e accettare le conseguenti rinunce. Ciò accade sia nella vita materiale che in quella affettiva e spirituale.

Tutto questo non è strano. In fondo ci siamo evoluti a partire da animali per i quali ogni energia era preziosa. Ogni sforzo, ogni gesto andava pagato in termini di calorie, procurandosi nuovo cibo, in un mondo nel quale il cibo non era affatto facile a trovarsi come è oggi. In quel mondo scegliere e pianificare, rinunciando a qualcosa oggi per avere di più domani era terribilmente difficile. Si poteva solo prendere quel che c'era, sperando di trovare qualcosa anche domani, ma pronti a soccombere in ogni momento. Non si poteva far troppo conto sul domani o mettersi a far progetti per un futuro lontano. La stabilità era un concetto sconosciuto. Gli affetti erano precari. Persino attaccarsi a un figlio, oltre un certo limite, era controproducente, giacché di figli ne morivano così tanti che era necessario saper continuare a darsi da fare senza troppo lagnarsi e passare subito oltre per salvaguardare la vita propria e quella degli altri figli.

Poi venne un tempo (recentissimo, in termini evolutivi) in cui una certa capacità di pianificazione diventava necessaria. Gli uomini erano diventati sedentari, le loro comunità erano cresciute e le risorse liberamente disponibili sul territorio non bastavano più. Bisognava raccogliere le sementi, conservarle, prevedere i tempi necessari per ottenere altro cibo, rinunciare a parte del raccolto di oggi per costruire il domani con una nuova semina.

Ma anche allora l'antico istinto a sfruttare subito le risorse, senza aspettare domani, continuava ad avere una sua importanza visto che il domani era comunque sempre assai incerto e legato a fattori che non si sapevano dominare (guerre, epidemie, carestie, cambiamenti climatici, ...).

Ecco perché noi oggi siamo così portati a cogliere l'attimo e così restii ad affrontare la fatica, anche psicologica, del costruire consapevolmente il nostro destino.

Eppure, se lo vogliamo, possiamo comunque fare qualche passo sulla strada di una maggiore consapevolezza, imparando a trovare una migliore via di mezzo fra il vivere quel che viene e il far venire quello che vorremmo vivere.